DALLA FESTA DELL'INDIPENDENZA AL NUOVO LIBANO
24/11/2009 10.09.19

Con una spettacolare parata militare attraverso Avenue Shafiq Wazzan, si e’ celebrata la Festa per il 66° anniversario dell’indipendenza libanese. La data del 22 novembre segna, in realta’, il riconoscimento definitivo dell’indipendenza libanese dal Protettorato francese, formalmente sancita l’8 novembre 1943. L’iter fu lungo e complesso. Charles de Gaulle aveva, infatti, annunciato che il Libano sarebbe divenuto indipendente dopo la sua visita del 1941 (l’annuncio fu del 26 novembre). Gli inglesi stavano estendendo la loro occupazione in Medio Oriente. Il 1943, tra l’altro, fu anno tremendo per l’Europa e per la Francia (occupata dai nazisti). Fu forse questa difficolta’ interna a determinare l’accelerazione del gia’ stabilito disegno di abbandonare il Libano da parte dei francesi. Dopo le prime elezioni libanesi tenute nell’agosto del 1943, il Consiglio eletto, e formante l’”Assemblea Nazionale” aboli’ il mandato francese l’8 novembre. I membri del governo conobbero immediatamente la prigione, avendo i francesi riconosciuto illegittimo tale provvedimento, ma ordini diretti della Francia portarono, proprio il 22 novembre, alla scarcerazione dei governanti libanesi con il riconoscimento ufficiale francese del l’abolizione del proprio protettorato: il Libano era da quel momento Stato indipendente e sovrano. Quella data storica divenne Festa commemorativa nazionale. L’esercito francese, tuttavia, rimase stanziato in territorio libanese fino a Seconda Guerra Mondiale conclusa (1946, quando tutto il Medio Oriente venne “riscritto”). Nel 1943, preparando le basi del proprio Stato, vennero anche stabilite delle norme che regolassero i rapporti interni fra comunita’ etnico-religiose (non si dimentichi che il Libano pre-Protettorato francese era ancora essenzialmente retto su un sistema feudale gravitante su singole regioni rette da singole famiglie potenti, con regole che si potrebbero definire patriarcali o di protettorato tribale). Fu in questa fase che si suddivisero le cariche nel modo ancora praticato e accettato fino agli Accordi di Ta’eff (1989): la presidenza della Repubblica ai cristiani maroniti, il Premierato ai mussulmani sunniti, la presidenza parlamentare ai mussulmani sciiti e le altre cariche distribuite fra cristiani di rito greco-ortodosso, drusi, armeni, secondo percentuali stabilite per statuto (per cui, a differenza che in Occidente, le elezioni scelgono solo il candidato eletto ma non possono incidere sulla Maggioranza o sul “colore” delle cariche principali). Tali accordi non furono mai messi per iscritto come legge vincolante dello Stato, ma furono sempre condivisi fino ad oggi. Gli accordi di Ta’eff furono i primi a porre l’accento sulla possibilita’ di una loro revisione. Il dibattito e’ aperto ed importante. La maggioranza riconosciuta (in una proporzione, stabilita per la prima volta nelle elezioni dell’agosto 1943, di 6 a 5 a favore dei cristiani sui mussulmani) un tempo rispecchiava, infatti, una reale maggioranza religiosa e culturale (il Libano era l’unico paese cristiano del Medio Oriente). Oggi (dopo la forzata, massiccia, immigrazione dei Palestinesi fra 1947 e 1967, e dopo l’altrettanto massiccia emigrazione dei cristiani negli anni delle recenti guerre libanesi, specie fra anni ’80 e ’90 del secolo scorso) gli equilibri sono mutati. Pur essendo la maggioranza dei libanesi cristiani, infatti, moltissimi sono fuori dal Paese, lasciando che sul territorio libanese la maggioranza dei cittadini sia mussulmana.
Questo serve a chiarire il senso delle parole del Presidente della Repubblica Michel Suleiman, cristiano maronita, che oggi, partecipando alla Parata della Festa dell’Indipendenza, deponendo corone di fiori a ricordo dei martiri dell’Indipendenza dalla Francia, ha tenuto anche un discorso in cui sottolinea la revisionabilita’ delle regole di ripartizione confessionale del potere. Suleiman ha lasciato capire che la richiesta (avanzata soprattutto dalla parte sciita, cui appartengono anche Hizbollah, che mirano ad avere il massimo potere) di abolire la suddivisione delle cariche non su base elettorale ma su quella di appartenenza religiosa potrebbe essere accolta. Accanto a questa proposta “rivoluzionaria”, tuttavia, ne ha avanzata anche un’altra che (se accolta) potrebbe riportare in effetto le suddivisioni gia’ decretate dalle norme extra-elettorali: permettere il voto agli emigrati libanesi. Tenendo conto che la diaspora libanese riguarda circa tre milioni di libanesi, di larga maggioranza cristiana, verrebbe minata la maggioranza territoriale islamica cui Hizbollah aspirano. Allo stesso tempo, una riforma costituzionale richiede una perfetta intesa fra le parti deliberanti, e cio’ suona come un atto di piena fiducia nel Governo.
E’ da sottolineare, tuttavia, che questa “nuova era”, apertasi (come ha sottolineato anche il Presidente Suleiman) con una distensione dei rapporti con la Siria, lascia in campo irrisolto il problema piu’ grave: quello delle armi di Hizbollah.
Proprio nello stesso momento, accanto alle celebrazioni di anniversario, Fares Soaid, del Segretariato Generale delle Forze del 14 Marzo sottolineava che il possesso di armi di Hizbollah e Iran sul territorio libanese deve essere sotto il controllo dello Stato. “Non si possono accettare armi fuori dal Controllo dello Stato”, ha ribadito Soaid in un’intervista televisiva. L’impressione che si ha e’ che purtroppo Hizbollah continuino a ragionare con la vecchia logica libanese del potere armato, mentre da parte del Governo si continua a perseguire la nuova logica della ricerca del bene comune cooperando senza dar piu’ spazio a differenze e rancori.